Dojo

Giù nel cyberspazio.

«Ohi» disse il nero «ti avevo perso per qualche secondo. Non molto, però, un minuto di New York, forse…» La sua mano, nello specchio sovrastante, prese una bobina di plastica azzurra trasparente dal panno insanguinato vicino alla cassa toracica di Bobby. Delicatamente, con pollice e indice, svolse dalla bobina una specie di nastro di plastica marrone con delle perline.

Piccoli puntini di luce brillavano lungo i bordi. «Artigli» disse, e con l’altra mano fece scattare una specie di taglierina inserita nella bobina sigillata. Il pezzo di nastro perlato cominciò a contorcersi. «Roba buona» disse, portando la cosa nel campo visivo di Bobby. «Nuova. Quella che usano a Chiba adesso.» Era marrone, senza testa, ogni perlina un segmento di corpo, ogni segmento dotato di pallide gambe lucide. Poi, con una mossa da prestigiatore dei polsi guantati di verde, il nero distese il centipede lungo la ferita e prese delicatamente fra le dita il segmento più vicino alla faccia di Bobby.

Mentre il segmento si staccava, si tirò indietro un filo nero, lucido, che serviva alla cosa da sistema nervoso, e quando questo si spezzò, ciascuna serie di artigli si chiuse a turno, stringendo la ferita come la cerniera di una giacca di pelle. «Hai visto» disse il nero, pulendo lo sciroppo marrone con un panno umido «che non è stata poi così brutta?»

Giù nel cyberspazio
William Gibson
pag. 81

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Dojo

Il test dei tre setacci

Nell’antica Grecia Socrate aveva una grande reputazione di saggezza. Un giorno venne qualcuno a trovare il grande filosofo, e gli disse:

– Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?

– Un momento – rispose Socrate. – Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.

– I tre setacci?

– Ma sì, – continuò Socrate. – Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci. Il primo setaccio è la verità. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?

– No… ne ho solo sentito parlare…

– Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?

– Ah no! Al contrario

– Dunque, – continuò Socrate, – vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere. Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’utilità. E’ utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?

– No, davvero.

– Allora, – concluse Socrate, – quello che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile; perché volevi dirmelo?

Se ciascuno di noi potesse meditare e metter in pratica questo piccolo test… forse il mondo sarebbe migliore.

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Dojo

Le ragazze sono come le mele sugli alberi.

Le ragazze sono come le mele sugli alberi.
Le migliori sono sulla cima dell’albero.

Gli uomini non vogliono arrivare alle migliori, perché hanno paura di cadere e ferirsi.

In cambio, prendono le mele marce che sono cadute a terra, e che, pur non essendo così buone, sono facili da raggiungere.

Perciò le mele che stanno sulla cima dell’albero, pensano che qualcosa non vada in loro, mentre in realtà
“Esse sono grandiose”.

Semplicemente devono essere pazienti e aspettare che l’uomo giusto arrivi, colui che sia così coraggioso da arrampicarsi fino alla cima dell’albero per esse.

Non dobbiamo cadere per essere raggiunte, chi avrà bisogno di noi e ci ama farà di tutto per raggiungerci.

La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, né dalla testa per essere superiore.

Ma dal lato per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, e accanto al cuore per essere amata.

William Shakespeare

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Quando ho cominciato ad amarmi davvero…

Com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama “rispetto”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama “maturità”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama “stare in pace con se stessi”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama “sincerità”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso… all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”… ma oggi so che questo è “amore di sé”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama “semplicità”.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo “perfezione”. Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di “saggezza interiore”.

Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi. Oggi so che tutto questo è “la vita”.

Charlie Chaplin

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Dojo

Intervista a Dio.

Ho sognato di fare un’intervista a Dio…

“Ti piacerebbe intervistarmi?”, Dio mi domandò.
“Beh, se ne hai tempo…” dissi io.

Dio mi sorrise.

“Il mio tempo è l’eternità, comunque cosa vuoi sapere?”
“Eh non so, cosa ti sorprende dell’umanità…”

E Dio rispose…

“Pensate con ansia al futuro, dimenticando il presente.
Cosicchè non vivete nè nel presente, nè nel futuro.
Vivete la vita come se non doveste morire mai, e morite come se non aveste vissuto mai….”
“Vi stancate presto di essere bambini.
Avete fretta di crescere e poi vorreste tornare bambini.
Perdete la salute per guadagnare i soldi e poi usate i soldi per recuperare la salute.”

Le mani di Dio presero le mie e restammo in silenzio per un po’, poi gli chiesi…

“Padre, che lezioni di vita desideri che i tuoi figli imparino?”

Dio sorrise e poi rispose:

“Imparino che non possono costringere nessuno ad amarli, quello che possono fare è lasciarsi amare.”
“Imparino che ciò che vale di più non è quello che hanno nella vita, ma che hanno la vita stessa”.
“Imparino che non è bene paragonarsi agli altri.”
“Imparino che una persona ricca non è quella che ha di più, ma è quella che si accontenta dell’essenziale”.
“Imparino che bastano pochi secondi per aprire profonde ferite nelle persone che si amano, e ci vogliono molti anni per sanarle”.
“Imparino a perdonare praticando il perdono.”
“Imparino che ci sono persone che li amano profondamente, ma che non sanno come esprimere o mostrare i loro sentimenti.”
“Imparino che due persone possono vedere la stessa cosa in due modi differenti.”
“Imparino che non è sempre sufficiente essere perdonati dagli altri, però sempre bisogna imparare a perdonare se stessi.”
“E imparino soprattutto che io sono sempre qui. Sempre.”

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Dojo, Pensieri

L’anno dell’uragano.

Ore 18.30

In un pomeriggio più caldo di due ratti che trombano in un calzino di lana, John McBride, uno e ottantacinque abbondanti, quasi cento chili, le manone come prosciutti, un fisico da cinghiale selvatico con un carattere dello stesso genere, arrivò all’isola di Galveston col traghetto che veniva dalla costa del Texas; aveva una sei colpi sotto il spprabito e un rasoio in una scarpa.

Mentre il traghetto attraccava, McBride mise giù la valigia, si tolse la bombetta, prese un bel fazzoletto bianco nuovo di zecca da una tasca del soprabito, lo usò per asciugare l’inceratino della bombetta, poi per detergersi il sudore dalla fronte, quindi se lo passò sui radi capelli neri per rimettersi infine il cappello.

A San Francisco un vecchio cinese gli aveva detto che i capelli li stava perdendo perché portava sempre il cappello, e McBride aveva deciso che poteva anche avere ragione; però adesso il cappello lo portava per nascondere la propria calvizie. All’età di trent’anni sentiva di essere troppo giovane per perdere i capelli.

Il cinese gli aveva venduto a una cifra considerevole un tonico dall’odore dolciastro che avrebbe dovuto risolvere il suo problema. McBride lo usava con devozione religiosa, strofinandoselo sullo scalpo. Finora, l’unico effetto visibile era stata la lucidatura della sua pelata. Se mai fosse tornato a San Francisco era il caso di andare a trovare quel cinese, magari per fagli un paio di bernoccoli sulla testa.

Il giorno dell’uragano“,
Joe R. Lansdale — pag. 19-20
(Fanucci Editore)

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Dojo

Regala ciò che non hai.

Occupati dei guai,
dei problemi del tuo prossimo.
Prenditi a cuore gli affanni,
le esigenze di chi ti sta vicino.

Regala agli altri la luce che non hai,
la forza che non possiedi,
la speranza che senti vacillare in te,
la fiducia di cui sei privo.
Illuminali dal tuo buio.
Arricchiscili con la tua povertà.

Regala un sorriso
Quando hai voglia di piangere.
Produci serenità
Dalla tempesta che hai dentro.

“Ecco quello che non ho ,te lo do”

Questo è il tuo paradosso.

Ti accorgerai che la gioia
a poco a poco entrerà in te,
invaderà il tuo essere,
diventerà veramente tua
nella misura in cui
l’avrai regalata agli altri.

Alessandro Manzoni

Grazie ad Ilaria per averlo inviato.

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Dojo

Life.

Ascolto Barry White. Ascolto “You’re the first, the last, my everything”.

La mia mente spicca il volo e solca i cieli della fantasia, dei ricordi, delle esperienze. Le mie esperienze, il mio passato che si fonde con il presente e crea il futuro. E’ curioso come in una sola traccia, nella durata di una sola composizione musicale, vi sia spazio per una quantità quasi infinita di pensieri, ricordi ed esperienze rivissute. Con un pizzico di trasporto ci puoi far stare dentro tutta una vita.

Già, la vita.

E’ interessante notare quanto sia folle, assurda, ma piena di intense esperienze. Niente è mai lo stesso, eppure sembra sempre uguale, statica, sembra che le deviazioni siano sempre molto leggere. Non è così.

Ami, odi, ti innamori, chiudi un rapporto, sei l’uomo più generoso del mondo, sei lo stronzo più infame che qualcuno abbia mai incontrato. Sei divertente quanto insopportabile, buono quanto cattivo, rude quanto delicato.

A volte sei caldo come il sole d’estate, a volte diventi freddo come lo spazio siderale.

Ci sono giorni in cui vorresti farla finita con tutto, altri dove vorresti che gli altri la facessero finita. Hai giorni in cui anche il tuo nemico ti sorride, altri in cui i tuoi migliori amici ti girano le spalle proprio quando ne hai bisogno.

Incontri ostacoli, superi ostacoli. Sei brillante, a tratti geniale… e un secondo dopo ti perdi in un bicchier d’acqua.

Sei creativo, fantasioso, quasi un artista. Ti riscopri rigido, ottuso, refrattario.

Ma sei sempre lo stesso? Certo!

Stai impazzendo? No, assolutamente. Stai vivendo.

Già, la vita.

Tutto quello che credi di aver imparato, un attimo dopo scopri che fa parte solamente del tuo bagaglio di esperienza, che crescerà man mano che diventi bambino, ragazzo, adulto, vecchio. Non c’è nulla che tu possa ritenere certo, neppure il tuo stesso pensiero, ma certamente le esperienze saranno li, ad aspettarti, ad offrirti l’opportunità di viverle, in tutta la loro intensità, in tutta la loro gioia, il loro dolore, in tutta la loro pienezza, con tutto il loro vuoto.

E così percorrerai il viaggio più fantastico e meraviglioso che potrai mai fare, dove non hai bisogno di mezzi, di soldi, di guide. Ne sfrutterai, ne userai, ne incontrerai.

Ma l’unica guida del tuo viaggio nella vita sarà sempre una sola, ed una soltanto: tu.

Già, la vita. La tua vita.

(m|t) –  19 gennaio 2006


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Dojo

Sull’amicizia.

E un adolescente disse: « Parlaci dell’Amicizia ».

E lui rispose dicendo:

« Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E’ il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
E’ la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.

E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.

Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.

Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.»

Kahlil Gibran

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Dojo, Musica

Don’t worry, be happy.

Here is a little song I wrote
You might want to sing it note for note
Don’t worry be happy
In every life we have some trouble
When you worry you make it double
Don’t worry, be happy…

Ain’t got no place to lay your head
Somebody came and took your bed
Don’t worry, be happy
The land lord say your rent is late
He may have to litigate
Don’t worry, be happy
Lood at me I am happy
Don’t worry, be happy
Here I give you my phone number
When you worry call me
I make you happy
Don’t worry, be happy
Ain’t got no cash, ain’t got no style
Ain’t got not girl to make you smile
But don’t worry be happy
Cause when you worry
Your face will frown
And that will bring everybody down
So don’t worry, be happy (now)…

There is this little song I wrote
I hope you learn it note for note
Like good little children
Don’t worry, be happy
Listen to what I say
In your life expect some trouble
But when you worry
You make it double
Don’t worry, be happy…
Don’t worry don’t do it, be happy
Put a smile on your face
Don’t bring everybody down like this
Don’t worry, it will soon past
Whatever it is
Don’t worry, be happy

— Bobby McFerrin

Nota: Il testo in italiano arriverà tra un po’… 🙂

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Dojo

Il guerriero.

Per noi i guerrieri non sono quello che voi intendete.

Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro.

Il guerriero per noi è chi sacrifica se stesso per il bene degli altri.

È suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a se stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell’umanità.

Toro Seduto (1831 – 1890), capo tribù dei Hunkpapa Sioux (Lakota).

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Dojo

Rispetto.

Ho visto menti illustri mettersi al servizio di Hitler.

Per paura, per interesse, per cupidigia di potere e di denaro. E’ stato allora che mi sono convinto che qualcosa deve sempre stare al di sopra di tutto, nei nostri pensieri e nelle nostre azioni.

Questo qualcosa si chiama rispetto. E il rispetto è dovuto a tutti.

Se avrai dei dubbi, nel corso della tua vita, se non saprai come comportarti, se dovrai scegliere fra un’azione buona e una solo vantaggiosa ricorda che le grandi ingiustizie non sono mai imputabili ad una sola persona: tanti piccoli atti di ingiustizia hanno creato una grande colpa.

Il tesoro di Priamo“,
Mariella Ottino – Silvio Conte (Ed. Bruno Mondadori)

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Dojo

Ho imparato…

Ho imparato… che la miglior aula del mondo è ai piedi di una persona anziana.

Ho imparato… che quando sei innamorato, si vede.

Ho imparato… che appena una persona mi dice, “Mi hai reso felice!”, mi rende felice.

Ho imparato… che avere un bambino addormentato fra le braccia è una delle cose del mondo che piu rendono sereni.

Ho imparato… che essere gentili è piu importante dell’aver ragione.

Ho imparato… che non bisognerebbe mai dire no ad un dono fatto da un bambino.

Ho imparato… che posso sempre pregare per qualcuno, quando non ho la forza di aiutarlo in qualche altro modo.

Ho imparato… che non importa quanto la vita richieda che tu sia serio… ognuno ha bisogno di un amico con cui divertirsi.

Ho imparato… che talvolta tutto cio di cui uno ha bisogno è una mano da tenere ed un cuore da capire.

Ho imparato… che semplici passeggiate con mio padre attorno all’isolato nelle notti d’estate quand’ero bambino, sarebbero stati miracoli per me da adulto.

Ho imparato… che la vita è come un rotolo di carta igienica… piu ti avvicini alla fine, piu velocemente va via.

Ho imparato… che dovremmo essere contenti per il fatto che Dio non ci dà tutto quel che gli chiediamo.

Ho imparato… che i soldi non possono acquistare la classe.

Ho imparato… che sono i piccoli avvenimenti giornalieri a fare la vita così spettacolare.

Ho imparato… che sotto il duro guscio di ognuno c’è qualcuno che vuole essere apprezzato e amato.

Ho imparato… che il Signore non ha fatto tutto ciò in un giorno solo. Cosa mi fa pensare che io potrei?

Ho imparato… che ignorare i fatti non cambia i fatti.

Ho imparato… che quando progetti di prenderti la rivincita su qualcuno, stai solo facendo in modo che quella persona continui a ferirti.

Ho imparato… che l’amore, non il tempo, guarisce tutte le ferite.

Ho imparato… che per me il modo piu semplice di crescere come persona è circondarmi di gente piu abile di me.

Ho imparato… che ogni persona che incontri merita d’essere salutata con un sorriso.

Ho imparato… che non c’é niente di più dolce che dormire coi tuoi bambini e sentire il loro respiro sulle tue guance.

Ho imparato… che nessuno è perfetto, fino a quando non te ne innamori.

Ho imparato… che la vita é dura, ma io sono piu duro.

Ho imparato… che le opportunità non si perdono mai, qualcuno sfrutterà quelle che hai perso tu.

Ho imparato… che se dai rifugio all’amarezza, la felicità attraccherà da qualche altra parte.

Ho imparato… che desidererei aver detto una volta in più a mio padre che lo amavo, prima che se ne andasse.

Ho imparato… che ognuno dovrebbe rendere le proprie parole soffici e tenere, perché domani potrebbe doverle mangiare.

Ho imparato… che un sorriso è un modo non costoso di valorizzare i tuoi sguardi.

Ho imparato… che non posso scegliere come sentirmi, ma posso scegliere cosa farci.

Ho imparato… che quando tuo nipote neonato tiene il tuo mignolo nel suo piccolo pugno, sei agganciato per tutta la vita.

Ho imparato… che chiunque vuole vivere sulla vetta della montagna, tutta la felicita e la crescita si trovano mentre la si scala.

Ho imparato… che è meglio dare consigli in due sole circostanze : quando sono richiesti e quando c’è pericolo di morte.

Ho imparato… che meno tempo ci lavoro, più cose mi trovo fatte.

Ho imparato…“,
Andy Rooney

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Dojo

Se tu mi dimentichi.

Voglio che tu sappia…
Una cosa.
Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se cio’ che esiste
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti poco a poco.
“Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
chè già ti avrò dimenticata“

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
Che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi sulla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finchè tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie

Se tu mi dimentichi“,
Pablo Neruda

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Dojo

Itaca.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere d’incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente, e che con gioia
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte citta egizie
impara una quantita di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca
raggiugerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Itaca.“,
Costantino Kavafis

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Essere liberi significa…

Non possiamo scegliere quello che ci succede ma siamo liberi di rispondere a quello che ci accade obbedendo o ribellandoci, rischiando o cautelandoci, rassegnandoci o vendicandoci, vestendoci alla moda o coprendoci da orsi…

Essere liberi significa tentare di fare qualcosa e non riuscirci sempre.

E’ difficile scegliere liberamente certe cose e si preferisce pensare di non essere liberi.

Etica per un figlio.“,
Lovera – Paternò
(Laterza)

Grazie ad Alessandra per averlo inviato!

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Dojo

Stare attenti vuol dire…

Stare attenti vuol dire vivere nel momento presente, non essere imprigionati nel passato e nemmeno anticipare eventi futuri che potrebbero non accadere.

Allorche’ siamo pienamente coscienti del momento presente, la vita si trasforma e l’ansia e lo stress scompaiono.

Gran parte della vita se ne va nella febbrile anticipazione delle cose da fare e nella conseguente sospensione d’animo.

Dovremmo imparare a fare un passo indietro nella liberta’ e possibilita’ del presente.

Bede Griffiths, 1906-1993

Nota: grazie ad Antonella per avermi girato questo ulteriore tassello di un disegno che un po’ alla volta sta prendendo forma.

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Dojo

Se riuscirai a…

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
La perdono intorno a te,dandone a te la colpa;

se riuscirai ad avere fede in te quando tutti dubitano,
e mettendo in conto anche il loro dubitare;

se riuscirai ad attendere senza stancarti nell’attesa,
se,calunniato,non perderai tempo con le calunnie,
se ,odiato , non ti farai prendere dall’odio, senza apparire
però troppo buono o troppo saggio;

se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone,
se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo,

se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo;

se riuscirai ad ascoltare la verità da te espressa distorta
da furfanti per intrappolarvi gli ingenui, o a veder crollare
le cose per cui dai la tua vita e a chinarti per rimetterle
insieme con mezzi di ripiego;

se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite e a
giocarle in un sol colpo a testa o croce, e perdere e
ricominciare tutto da capo, senza mai fiatare e dir nulla
delle perdite;

se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli, benchè
sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi, e a tener duro
quando niente più resta in te tranne la volontà che
ingiunge: “Tieni duro!”;

se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù, e
a passeggiar coi re e non perdere il tuo fare ordinario;

se nè i nemici nè i cari amici riusciranno a colpirti,
se tutti contano per te ma nessuno mai troppo;
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile e a dar valore
a ognuno dei suoi sessanta secondi…

…il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene.

E, quel che più conta, sarai un Uomo, figlio mio!

J.R. Kipling

Nota: grazie a Massimo sia per avermi girato questo pezzo che da tempo cercavo e non ricordavo più di chi fosse 🙂 che per avermelo inviato nel momento giusto. — (m|t)

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Dojo

La rosa del farmacista.

«Devo sapere chi è al corrente della faccenda» disse piano Owen. «Vedete, se l’assassino non è Nicholas, se l’assassino è libero, sono in pericolo tutti coloro che hanno in mano una qualche prova. Vi metto in guardia; devo mettere in guardia la persona che condivide il segreto con voi.»

Wulfstan levò lo sguardo, incerto. «In pericolo?»
«In una situazione simile sapere vuol dire rischiare.»
«Deus iuvat me! non ci avevo pensato.»
«Si tratta di madama Wilton?»
«Ora che mi avete avvertito, posso mettere sull’avviso la persona che mi ha aiutato.»
«Pensateci. Io lavoro nella bottega dei Wilton. Se so che madama Wilton è in pericolo, posso proteggerla.»

Sì, pensò Wulfstan, quell’uomo forte e vigoroso era in grado di proteggerla, di vegliare su di lei. Che cosa poteva fare lui, Wulfstan? Come avrebbe potuto tenerla lontana dai pericoli? «Sì, dissi Lucie Wilton di non perdere di vista Nicholas. Le raccomandai di bruciare il farmaco.»
«Non sarà stato facile dirglielo.»
«Fu tremendo.»
«Ne sarà stata sconvolta.»
«Lucie Wilton è una donna coraggiosa. La prese con calma. Capì subito perché gliene parlavo.»

«Non pianse o si torse le mani?»
«Non è nel suo stile.»
«Vi sarete sentito sollevato. Non sarete di certo abituato agli svenimenti delle donne.»
«Non gliene avrei parlato se avessi temuto che si sarebbe comportata da sciocca.»
«Non ne fu quindi turbata?»

Wulfstan aggrottò la fronte. La domanda puntava in una direzione che non gli piaceva.

La rosa del farmacista.“,
Candace Robb – pag. 252-253
(Piemme)

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Dojo

Scorrete lacrime, disse il poliziotto.

– Dio. – Jason barcollò. Vacillò, e la sua percezione della gravità si frantumò. Il suo orecchio medio, sottoposto a pressioni, si mise a fluttuare, e la stanza prese a ruotargli attorno, nel silenzio di una danza perpetua. Come una ruota panoramica in un luna park.

Chiuse gli occhi, si appoggiò al muro, poi, alla fine, guardò di nuovo.

“E’ morta” pensò. “Ma quando? Centomila anni fa? Un minuto fa?”
“Perché è morta?”
“E’ un effetto della mescalina che ho preso? E reale?

Era reale.

Si chinò a toccare la camicia con le frange. la pelle era morbida, soffice; non si era decomposta. Il tempo non aveva toccato i vestiti. Il che significava qualcosa, ma lui non era in grado di capirlo. “Soltanto lei” pensò. “Tutto il resto, in questa casa, è com’era prima. Quindi non può essere colpa dell’effetto della mescalina. Però non posso esserne certo.”

“Devo scendere al piano di sotto. Andarmene da qui.”
Ripercorse a zig-zag il corridoio.

Scorrete lacrime, disse il poliziotto.“,
Philip K. Dick – pag. 188
(Mondadori)

Standard
Dojo

Ode al giorno felice.

Questa volta lasciate che sia felice,
non è successo nulla a nessuno,
non sono da nessuna parte,
succede solo che sono felice
fino all’ultimo profondo angolino del cuore.

Camminando,dormendo o scrivendo,
che posso farci, sono felice.
sono più sterminato dell’erba nelle praterie,
sento la pelle come un albero raggrinzito,
e l’acqua sotto,gli uccelli in cima,
il mare come un anello intorno alla mia vita,
fatta di pane e pietra la terra
l’aria canta come una chitarra.

Tu al mio fianco sulla sabbia, sei sabbia,
tu canti e sei canto,
Il mondo è oggi la mia anima
canto e sabbia,il mondo oggi è la tua bocca,
lasciatemi sulla tua bocca e sulla sabbia
essere felice,
essere felice perché si,
perché respiro e perché respiri,
essere felice perché tocco il tuo ginocchio
ed è come se toccassi la pelle azzurra del cielo
e la sua freschezza.

Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te,con la tua bocca,
essere felice.

Ode al giorno felice.“,
Pablo Neruda

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Dojo

Se sei arrabbiato con qualcuno…

Se sei arrabbiato con qualcuno, e nessuno dei due fa nulla per sistemare le cose… fallo tu. Può darsi che oggi questa persona voglia ancora essere tua amica, e se non fai qualcosa, forse domani potrebbe essere troppo tardi.

Se sei innamorato di qualcuno, però questa persona non lo sa…. diglielo. Magari oggi anche questa persona è innamorata di te e, se non glielo dici oggi, può darsi che domani sia troppo tardi.

Se muori dalla voglia di dare un bacio a qualcuno… daglielo. Forse anche questa persona vorrebbe avere un tuo bacio, e se non glielo dai oggi, può darsi che domani sia troppo tardi.

Se ami ancora una persona che credi ti abbia dimenticato… diglielo. Forse questa persona ha sempre continuato ad amarti, e se non glielo dici oggi, forse domani sarà troppo tardi.

Se hai bisogno dell’abbraccio di un amico… chiediglielo. Magari lui ne ha bisogno ancora più di te, e se non glielo chiedi oggi, forse domani sarà troppo tardi.

Se hai degli amici che apprezzi veramente… diglielo. Forse anche loro ti apprezzano, e se lasci che se ne vadano, o che si allontanino da te, forse domani sarà troppo tardi.

Se vuoi bene ai tuoi, e non hai mai avuto l’opportunità di dimostrarglielo… fallo. Oggi sono lì con te, e puoi ancora dimostrarglielo, ma se se ne andassero… domani potrebbe essere troppo tardi.

Autore sconosciuto

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Dojo

Molte persone attaverseranno la tua vita.

Molte persone attaverseranno la tua vita
ma solo pochi amici lasceranno impronte nel tuo cuore
Con te stesso usa la testa
con gli altri usa il cuore
Se qualcuno ti tradisce una volta è colpa sua
se ti tradisce due volte è colpa tua
I “grandi” parlano di idee
i “mediocri” parlano di eventi
i “miseri” parlano di persone
Chi perde denaro perde molto
Chi perde un amico perde molto di più
Chi perde la fede perde tutto
Impara dagli errori degli altri
non vivrai mai abbastanza per farli tutti da solo
Ieri è storia
Domani è mistero
Oggi è un regalo

Autore sconosciuto

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Dojo

Ode alla vita.

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle ‘i’
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

Ode alla vita.“,
Martha Medeiros

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Dojo

Summer thoughts.

Sarebbe facile dimostrare che la mia vita è stata povera di successi, nel campo finanziario come in quello amoroso. Ma nessuno potrebbe sostenere che è stata povera di eventi.

Gli eventi ultimamente erano stati cosi tanti da convincermi di aver esaurito la scorta di congiunture assurde che mi era stata assegnata, al punto di trovarmi con la legge delle probabilità a mio favore: la mia esistenza futura sarebbe stata relativamente tranquilla. Almeno fino all’arrivo della vecchiaia, quando avrei preso dimora in una scatola di cartone sotto un cavalcavia della Statale 59, cacando dietro i cespugli e leccando la salsa avanzata dall’involucro dei Big Mac. Era il modo in cui credevo che la maggior parte di noi, venuti al mondo durante il boom delle nascite, avrebbe terminato la corsa. Niente assistenza medica. Niente assicurazione. Niente milioni di dollari messi via per la vecchiaia. Forse non avremmo avuto neppure la scatola di cartone, e non era una certezza neanche il cespuglio dietro il quale fare la cacca.

L’età del rimbambimento per me era ancora lontana, ma comunque molto più vicina di quanto mi piacesse pensare. C’erano giorni in cui speravo di non raggiungere la meta geriatrica della scatola di cartone, rigida e sporca sotto un cavalcavia, con un involucro di Big Mac stretto in mano. Ma neppure desideravo passare nell’aldilà sul letto bianco di una casa di riposo, con un piatto di puré di piselli sul vassoio e un tubo di plastica nell’uccello.

Rumble Tumble“,
J.R. Lansdale – pag. 1
(Einaudi, 2004)

Segnalato da: Lorenzo

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Dojo

Il Dojo.

Il dojo è il luogo in cui si pratica la meditazione, è bodhimanda, in sanscrito, «luogo di saggezza». L’ambiente deve essere calmo, sereno, immerso in un perfetto silenzio. Nulla deve potere attirare lo sguardo, per non turbare la concentrazione spiriturale.

Il dojo deve essere tenuto in condizioni perfette: avrà una temperatura costante, vi farà fresco d’estate e d’inverno ci sarà un confortevole tepore. Vi sarà sempre un gradevole odore, perchè coloro che praticano zazen dovranno curare sempre la propria pulizia e ogni sentore corporeo dovrà essere rigorosamente bandito.

La tradizione richiede che un altare si innalzi al centro del dojo, oppure a uno dei lati, adorno di un’immagine o di una statua del Buddha, con fiori sempre freschi e il profumo dell’incenso aleggiante ovunque.

Il vero zen“,
Taisen Deshimaru – pag. 28
(Piccoli Saggi, Oscar Mondadori)

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Dojo

Il ladro di anime.

«Non ti muovere» l’avvertì St. Clair. «Il ballerino è uno yurydivey, un folle. Persino lo zar tratta con rispetto quelli come lui.» Il gesuita le si accovacciò accanto. «Sembra che tu le piaccia.»

Lo yurydivey si fermò di colpo per osservare a occhi sbarrati la piccola croce di metallo al collo del gesuita, poi avanzò prudente, la mano tesa a carezzargli il viso come farebbe una mamma con il suo piccino.

«Problemi?» domandò Cowper avvicinandosi.

Lo yurydivey, adesso a quattro zampe, si avvicinò a St. Clair come un cane, strusciandosi contro le sue gambe. Aveva gli occhi sgranati per lo stupore, scuoteva la testa come se non riuscisse a credere a quel che vedeva. D’un tratto si prostrò, battendo tre volte la fronte per terra. St. Clair gli sfiorò i capelli dicendo qualche parola in russo. Lo yurydivey si alzò di scatto, battè le mani e se ne andò danzando e cantando a squarciagola.

«Bene, hai reso felice un russo» disse Cowper con tono acido, poi osservò gli altri due. «Cos’hai di speciale? Pensavo che i russi si prostrassero solo davanti alle icone e agli oggetti sacri.»

«Porto la croce» rispose St. Clair semplicemente. «E in Russia il labbro leporino è segno di favore divino, significa che Rebecca è stata baciata da un angelo.»

Rebecca avrebbe voluto protestare, ma si sforzò di tenere a freno la bocca. Lo yurydivey era apparso intrigato dalla sua presenza, ma aveva dimostrato un rispetto genuino solo per St. Clair.

«Forza!» Il gesuita si drizzò, facendo segno ai facchini di muoversi. «Alloggeremo in una kibak, una tipica taverna russa. Bagni caldi, buon cibo, poi si riparte.»

Il ladro di anime“,
Paul Doherty – pag. 251-252
(Piemme Pocket)

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Dojo

Crescere.

Dopo un pò impari la sottile differenza tra tenere una mano e incatenare un’anima.

E impari che l’amore non è appogiarsi a qualcuno e la compagnia non è sicurezza.

E inizi a imparare che i baci non sono contratti e i doni non sono promesse.

E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto non con il dolore di un bimbo.

Ed impari a costruire tutte le strade oggi perchè il terreno di domani è troppo incerto per fare piani. Dopo un pò impari che il sole scotta, se ne prendi troppo.

Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima, invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori. E impari che puoi davvero sopportare, che sei davvero forte, e che vali davvero.

(Anonimo)

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Dojo

Ricomincia.

Se sei stanco e la strada ti sembra lunga, se ti accorgi che hai sbagliato strada, …Non lasciarti portare dai giorni e dai tempi, Ricomincia.

Se la vita ti sembra troppo assurda, Se sei deluso da troppe cose e da troppe persone …Non cercare di capire il perché, Ricomincia.

Se hai provato ad amare ed essere utile, Se hai conosciuto la povertà dei tuoi limiti, …Non lasciar là un impegno assolto a metà, Ricomincia.

Se gli altri ti guardano con rimprovero, Se sono delusi di te, irritati, …Non ribellarti, non domandar loro nulla, Ricomincia.

Perché l’albero germoglia di nuovo dimenticando l’inverno, Il ramo fiorisce senza domandare perché, E l’uccello fa il suo nido senza pensare all’autunno, Perché la vita è speranza e sempre ricomincia.

(Anonimo)

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13 spunti per la vita.

  1. Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te.
  2. Nessuna persona merita le tue lacrime, e chi le merita sicuramente non ti farà piangere.
  3. Il fatto che una persona non ti ami come tu vorresti non vuol dire che non ti ami con tutta se stessa.
  4. Un vero amico è chi ti prende per la mano e ti tocca il cuore.
  5. Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è esserci seduto accanto e sapere che non l’avrai mai.
  6. Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perché non sai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso.
  7. Forse per il mondo sei solo una persona, ma per qualche persona sei tutto il mondo.
  8. Non passare il tempo con qualcuno che non sia disposto a passarlo con te.
  9. Forse Dio vuole che tu conosca molte persone sbagliate prima di conoscere la persona giusta, in modo che, quando finalmente la conoscerai, tu sappia essere grato.
  10. Non piangere perché qualcosa finisce, sorridi perché è accaduta.
  11. Ci sarà sempre chi ti critica, l’unica cosa da fare è continuare ad avere fiducia, stando attento a chi darai fiducia due volte.
  12. Cambia in una persona migliore e assicurati di sapere bene chi sei prima di conoscere qualcun’altro e aspettarti che questa persona sappia chi sei.
  13. Non sforzarti tanto, le cose migliori accadono quando meno te le aspetti.

Tutto quello che accade, accade per una ragione.“,
Gabriel García Márquez

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Cos’è lo Zen?

«Lo Zen» disse il Maestro Deshimaru «non è una filosofia, né una psicologia, né una dottrina. Lo Zen è al di là del filosofie, dei concetti, delle forme. La sua essenza non è esprimibile in parole. Solo praticandolo lo si può comprendere. Il segreto dello Zen consiste nel rimanere seduti, semplicemente, senza scopo e senza spirito di profitto, in una posizione di grande concentrazione. Lo Zen è essenzialmente un’esperienza… un mezzo per “svegliarci” a noi stessi, “qui e ora”, nella perfezione dell’istante.»

Secondo il successore di Kodo Sawaki, energico riformatore dello Zen in direzione di un ritorno alle origini, è fondamentale far risalire lo Zen alle sue fonti – quella indiana, poi quella cinese – e riconoscere la discendenza dei Grandi Maestri, dai tempi antichi fino ai giorni nostri.

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Feng Shui e Ch’ì.

Cos’è il feng shui?

Feng Shui (da pronunciare fung shway, letteralmente: vento e acqua) ha una tradizione millenaria e in generale potremmo definirlo come: l’arte di armonizzare l’ambiente che ci circonda con il nostro campo vitale. Il Feng Shui deriva il suo nome dai due principali elementi naturali capaci di modificano la forma del territorio: il vento e l’acqua.

feng - ventoshui - acqua

I principi di quest’arte nata in Cina più di quattromila anni fa, si rifanno all’ I’Ching o Libro dei Mutamenti, fondamento di quasi tutta la filosofia cinese tradizionale.

Si è sviluppato nel vasto oceano culturale della Cina antica che, tra i suoi fondamenti etici, aveva il culto degli antenati, nel senso che l’avo continuava ad avere una relazione con i suoi discendenti anche post mortem ovvero se il suo “ambiente” era favorevole, ne beneficiavano anche i suoi discendenti. Questa è stata la ragione che ha spinto gli antichi sciamani a trovare il sito più adatto dove posizionare le tombe e solo successivamente è stato applicato anche alle case dei vivi e alle città, divenendo arte del costruire.

Rif: http://www.zenhome.it/zen-casaF1.htm

Cos’è il Ch’ì?

E’ l’energia vitale, il soffio vitale, il principio olistico in assoluto. Il Ch’ì è l’energia che porta benessere e vita in casa nostra e per questo deve aver la possibilità di entrare agevolmente dalle vie d’accesso, quindi porte e finestre. Una volta entrato deve però essere facilitato nel suo scorrere in tutta la casa, in tutte le stanze.

Il Ch’ì reagisce esattamente come noi. Quando il nostro corpo fisico è impedito nei movimenti (quando, ad esempio, facciamo fatica ad aprire una porta perché magari dietro c’è un ammasso di cianfrusaglie accatastate o quando inciampiamo su oggetti o ci facciamo male sugli spigoli) allora anche il Ch’ì non scorre bene.

E’ importante farsi costantemente questa domanda per entrare in profonda relazione con l’energia della nostra casa e rispondersi, però, sinceramente: in questa casa, in questa stanza ci sto bene oppure mi sento a disagio, fuoriluogo? Dormo bene o mi sveglio stanco? Se state bene in casa vostra significa che si respira un buon Ch’ì; se invece non state bene allora il Ch’ì è malato e deve essere curato. Il Ch’ì “malato” viene chiamato Sha Ch’ì. E si cura con i rimedi feng shui, ma talvolta anche solo con il buon senso e l’intuito. E’ importante recuperare fiducia in se stessi e ascoltarsi di più. Il feng shui insegna l’indipendenza e la libertà dagli schemi e dai dogmi. Certo, regala consigli utili per imparare a percepire l’energia e a risistemarla ma se un rimedio feng shui funziona, funzionerà certamente cento volte in più se lo mettiamo in essere con gioia e serenità. Ricordiamoci che la nostra casa rappresenta il nostro corpo più grande e ci nutre d’energia ma respira anche della nostra energia.

Rif: http://www.feng-shui.nu/ilchi.php

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Il memoriale delle 10.000 parole.

“Per gli antichi era di estrema importanza scegliere scrupolosamente gli alti funzionari. Poi questi funzionari sceglievano uomini abili e capaci del loro stesso livello, li chiamavano a corte e li distribuivano nei vari dipartimenti e nei ministeri; così in ogni posizione c’erano persone di valore.

Adesso persone senza nessuna capacità, solo per caso o per fortuna, si trovano a ricoprire incarichi di responsabilità, chiamano a corte quelli del loro stesso livello e riempiono il governo di persone inette e incapaci; per questo motivo ora a corte sono tanti gli incompetenti.”

Secondo una pagina della Storia dei Song il primo imperatore Song, Zhao Kuangyin, riconfermò in questo modo i suoi generali:

«L’imperatore li invitò tutti a banchetto e quando la compagnia, dopo aver abbondantemente bevuto, fu di ottimo umore, disse: “I miei sonni non sono traquilli.” “Per quale motivo?” chiesero Shi Shou Xin e gli altri generali? “Non è difficile capirlo,” rispose l’imperatore “chi di voi non aspira al mio trono?” I generali si inchinarono profondamente e tutti protestarono: “Perché Vostra Maestà parla così? Il mandato del Cielo è ormai stabilito. Chi può avere propositi di tradimento?” L’imperatore replicò: “Non ho dubbi sulla vostra lealtà, ma se un giorno uno di voi venisse svegliato all’alba e costretto a indossare la veste gialla, anche contro la sua volontà, come potrebbe sottrarsi all’obbligo di rovesciare i Song (proprio come io fui costretto a rovesciare gli Zhou)?”.

Tutti protestarono che nessuno di loro aveva capacità sufficienti per essere sospettato di una cosa simile, e gli chiesero consiglio. L’imperatore disse: “La vita umana è breve. La felicità consiste nell’avere ricchezze e mezzi per godere la vita e nel poter trasmettere la stessa prosperità ai propri discendenti. Se voi, miei ufficiali, rinunciaste all’autorità militare e vi ritiraste nelle province scegliendo le terre migliori e i luoghi più piacevoli per trascorrere il resto della vita gradevolmente e pacificamente, fino alla tarda vecchiaia e alla morte, questo non sarebbe forse preferibile a una vita incerta e piena di pericoli? Affinché non rimangano ombre di sospetto tra principe e ministri, uniremo le nostre famiglie con matrimoni, e così, governanti e sudditi legati da vincoli di fratellanza e di amicizia, vivremo in tranquillità…”.

Il giorno seguente tutti i comandanti militari presentarono le dimissioni, e con il pretesto di malattie, si ritirarono nelle residenze di campagna, dove l’imperatore, colmandoli di splendidi doni, conferì loro alte cariche civili.» – (Song Shi, cap. 250)

Il Memoriale Delle 10.000 Parole“,
Wang An Shi – pag.118-119
(Piccoli Saggi – Oscar Mondadori)

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Il principe dell’Annwn.

Lasciò cadere la spada; era stato terribilmente arduo abbassare il braccio senza usarla. Distolse lo sguardo da quegli occhi azzurri nel quale moriva la speranza. Disse, cercando di tenere ferma la voce: «Signore, potrei pentirmi di quello che ho fatto. Chi ne ha il coraggio ti uccida. Non voglio macchiarmi le mani con altro sangue tuo.»

Havgan sospirò profondamente. Disse solo: «Fa’ venire i miei uomini. I capi del mio esercito.»

Arrivarono, quegli uomini d’Oriente dalla barba nera. Emersero da quell’ombra incerta e attraversarono le acque insanguinate. Si assieparono intorno al loro Signore e Havgan prese la mano di ognuno e la strinse. Un debole riflesso della sua antica bellezza gli illuminava il viso.

«Troppo presto abbiamo lasciato gli antichi templi di Cuthah, nel Sumer vicino al Sole Nascente. Gli Dei dell’Oriente regneranno in Occidente, ma non per ora. Portatemi via di qui, miei fedeli. Non posso guidarvi oltre.»

Sempre piangendo, essi fecero un leto con i loro mantelli. Lo sollevarono e lo portarono via, in quell’Ombra che avevano creato. Pwyll e i suoi uomini, guardandoli allontanarsi, videro che mentre attraversavano il guado le tenebre si erano diradate, ritirandosi verso il basso. Come un mantello, esse caddero dai cieli che avevano oscurato, e questi risplendettero di nuovo, limpidi, immensi e senza macchia. Ciò che era sembrato tanto enorme e mostruoso, una sfida allo stesso infinito, si ridusse a un piccolo alone buio che avvolgeva quegli uomini piangenti e il loro carico. Attraverso quel nero giungeva il loro triste lamento funebre; poi la lontananza li inghiottì. Allora tutto si quietò; la luna rischiarò di nuovo le due sponde del guado, tranquilla come nell’obliato Principio. Delicata, come mano materna su un fanciullo ammalato, la sua luce carezzava quella desolata terra ferita.

E Pwyll pensò semplicemente, gioiosamente: Ora posso tornare a casa. Poi ricordò, con un intimo gemito, qual è il dovere di un Re prima di tornare a casa a festeggiare la vittoria. «Miei Signori, seguiamoli, e vediamo che cosa dev’esser fatto per queste terre che ora sono di nuovo mie. E anche quali uomini dovrebbero essere miei vassalli.»

Ad una voce essi risposero: «Signore, tutti gli uomini dovrebero essere tuoi vassalli, perché ancora una volta non c’è altro Re in tutto l’Annwn all’infuori di te.»

Il ritorno a casa

In groppa al Grigio di Arawn, Pwyll, Principe del Dyved, rientrò al galoppo nella verde radura di Glen Cuch: quella radura dove il cervo aveva trovato la sua fine e tante altre cose il loro principio.

I Mabinogion“,
Evangeline Walton – pag.67
(TEA)

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E’ Natale, una storiella, auguri.

Due uomini, entrambi molto malati, occupavano la stessa stanza d’ospedale. A uno dei due uomini era permesso mettersi seduto sul letto per un’ora ogni pomeriggio per aiutare il drenaggio dei fluidi dal suo corpo.

Il suo letto era vicino all’unica finestra della stanza. L’altro uomo doveva restare sempre sdraiato.

Infine i due uomini fecero conoscenza e cominciarono a parlare per ore. Parlarono delle loro mogli e delle loro famiglie, delle loro case, del loro lavoro, del loro servizio militare e dei viaggi che avevano fatto.

Ogni pomeriggio l’uomo che stava nel letto vicino alla finestra poteva sedersi e passava il tempo raccontando al suo compagno di stanza tutte le cose che poteva vedere fuori dalla finestra.

L’uomo nell’altro letto cominciò a vivere per quelle singole ore nelle quali il suo mondo era reso più bello e più vivo da tutte le cose e i colori del mondo esterno.

La finestra dava su un parco con un delizioso laghetto.

Le anatre e i cigni giocavano nell’acqua mentre i bambini facevano navigare le loro barche giocattolo. Giovani innamorati camminavano abbracciati tra fiori di ogni colore e c’era una bella vista della città in lontananza.

Mentre l’uomo vicino alla finestra descriveva tutto ciò nei minimi dettagli, l’uomo dall’altra parte della stanza chiudeva gli occhi e immaginava la scena.

In un caldo pomeriggio l’uomo della finestra descrisse una parata che stava passando.

Sebbene l’altro uomo non potesse sentire la banda, poteva vederla.

Con gli occhi della sua mente così come l’uomo dalla finestra gliela descriveva.

Passarono i giorni e le settimane.

Un mattino l’infermiera del turno di giorno portò loro l’acqua per il bagno e trovò il corpo senza vita dell’uomo vicino alla finestra, morto pacificamente nel sonno.

L’infermiera diventò molto triste e chiamò gli inservienti per portare via il corpo.

Non appena gli sembrò appropriato, l’altro uomo chiese se poteva spostarsi nel letto vicino alla finestra.

L’infermiera fu felice di fare il cambio, e dopo essersi assicurata che stesse bene, lo lasciò solo.

Lentamente, dolorosamente, l’uomo si sollevò su un gomito per vedere per la prima volta il mondo esterno.

Si sforzò e si voltò lentamente per guardare fuori dalla finestra vicina al letto. Essa si affacciava su un muro bianco.

L’uomo chiese all’infermiera che cosa poteva avere spinto il suo amico morto a descrivere delle cose così meravigliose al di fuori da quella finestra.

L’infermiera rispose che l’uomo era cieco; e non poteva nemmeno vedere il muro.

Epilogo: vi è una tremenda felicità nel rendere felici gli altri, anche a dispetto della nostra situazione.

Un dolore diviso è dimezzato, ma la felicità divisa è raddoppiata. Se vuoi sentirti ricco conta le cose che possiedi che il denaro non può comprare.

L’oggi è un dono, è per questo motivo che si chiama presente.

L’origine di questa storia è sconosciuta, ma ancora grazie a Francesca per avermela inviata.

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La legge del Karma, spiegata ad un bambino di Mohan

Padre e figlio stanno passeggiando nella foresta.
A un certo punto, il bambino inciampa e cade.

Il forte dolore lo fa gridare: “Ahhhhh!”. Con sua massima sorpresa, ode una voce tornare dalla montagna: “Ahhhhh!”. Pieno di curiosità, grida: “Chi sei?” – ma l’unica risposta che riceve è:”Chi sei?”. Questo lo fa arrabbiare, così grida: “Sei solo un codardo!” – e la vocerisponde: “Sei solo un codardo!”

Perplesso, guarda suo padre e gli chiede cosa stesse succedendo. E il padre gli risponde: “Sta’ a vedere, figliolo!”, e poi urla: “Ti vogliobene!” – e la voce gli risponde: “Ti voglio bene!”.

Poi urla “Sei fantastico!” – e la voce risponde: “Sei fantastico!”Il bambino era sorpreso, ma ancora non riusciva a capire cosa stesse succedendo.

Così suo padre gli spiegò: “La gente lo chiama ‘eco’, ma in verità si tratta della vita stessa. La vita ti ridà sempre ciò che tu le dai: è uno specchio delle tue proprie azioni.

Vuoi amore? Dalle amore! Vuoi più gentilezza? Dalle più gentilezza. Vuoi comprensione e rispetto? Offrili tu stesso. Se desideri che la gente sia paziente e rispettosa nei tuoi confronti, sii tu per primo paziente e rispettoso. Ricorda, figlio mio: questa legge di natura si applica a ogni aspetto delle nostre vite.”Nel bene e nel male, si riceve sempre ciò che si dà: ciò che ci accade non sono buona o cattiva sorte, bensì lo specchio delle nostre azioni.

Grazie a Francesca per la storia.

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Dov’è il gusto?

Ecco un koan. Un maestro offrì al suo discepolo un melone.

«Come ti sembra?» gli domandò. «Ha gusto?»
«Oh, sì! Un gusto squisito!» rispose il discepolo.

Il maestro gli pose allora questa domanda:
«Dov’è il gusto, nel melone o nella lingua?»

Il discepolo riflettè e si addentrò nei meandri di un complesso ragionamento:
«Il sapore deriva dall’interdipendenza, non solo tra il gusto del melone e quello della lingua, ma anche dall’interdipendenza stessa…»

«Stolto! Tre volte stolto!» lo interruppe il maestro, in un impeto d’ira. «Perchè complichi il tuo modo di pensare? Il melone è buono. Basta questo per spiegarne il gusto. La sensazione è buona. Di altro non c’è bisogno.»

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Dojo

L’ora del leone.

«A vostra disposizione.» dissi alla congrega, il che in pratica significava “Andate a fare in culo”. Ma certe cose, in questi casi, non le dici in maniera esplicita se vuoi che continuino a tenere l’amo sul pelo dell’acqua. Piuttosto interessante.

Un altro motivo del mio modo di fare brusco era la nostalgia del Dipartimento di polizia, noi lo chiamavamo “il Lavoro”, e in quel momento mi piangevo addosso e sognavo i bei giorni che furono.

Intercettai lo sguardo di Nick Monti. Non lo avevo conosciuto in servizio ma sapevo che aveva fatto il detective nell’unità investigativa, il che era perfetto per questo tipo di lavoro. Dicevano di aver bisogno di me per l’omicidio di quel palestinese e per altri delitti di matrice terroristica, per questo mi avevano offerto il contratto. «Lo sai perchè agli italiani non piacciono i Testimoni di Geova?» chiesi a Nick.

«No… perchè?»

«Perchè agli italiani non piace nessun testimone.»

La battuta provocò una sonora risata di Nick, ma gli altri tre mi guardarono come se avessi scorreggiato con il cervello. I federali, dovete sapere, sono così politically correct e anal-ritentivi, così terrorizzati dal catechismo del Pensiero di Washington, così intimiditi dalle direttive idiote che Washington emette come un costante flusso diarroico. Voglio dire, con il passare degli anni stiamo tutti più attenti a non offendere gli altri, a misurare le parole, e la cosa mi sta bene, ma i federali diventano decisamente paranoici all’idea di urtare qualcuno o qualche gruppo, così può capitare di sentire frasi del tipo “Salve, signor terrorista, mi chiamo George Foster e oggi sarà il funzionario addetto al suo arresto”.

L’ora del Leone“,
Nelson Demille – pag.32

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Il sogno WWW di Abigail.

Springfield, uno stato qualunque, USA.

L’ospedale in cui lavora Rebecca ha appena completato le proprie pagine WWW. Sono sorprendenti. Uno sfondo del colore tipico delle case, immagini dell’ ospedale stesso e in sottofondo le parole di uno dei medici che sostiene che si tratta di un ospedale divertente di cui i bambini non devono avere paura. Alcuni giochini e collegamenti agli ospedali degli altri paesi. Rebecca fa clic con il mouse e vede una nuova pagina colma di immagini, questa volta della stanza C212.

“Belle immagini”, pensa, “ma chi le gestisce ?”. Fa un lungo sospiro. “Dove sono le informazioni utili ?”, pensa Rebecca. Tutto ciò che riesce a trovare sono informazioni sull’orario di apertura del negozio di generi vari all’interno dell’ospedale. Rebecca si volta e osserva la libreria. Vi è una lunga serie di annotazioni prese quando studiava le malattie infantili in Africa. Per due anni aveva viaggiato in lungo e in largo nel continente nero parlando con i medici del luogo. Aveva effettuato un inventario delle diverse malattie prendendo nota di come i medici le curavano con i mezzi a loro disposizione. Tali annotazioni sono state solo parzialmente inserite sul computer con l’intenzione di scrivere, prima o poi, degli articoli.

Si compiace del proprio lavoro ma è dispiaciuta del fatto che non possa fornire il materiale a coloro che ne hanno bisogno. Improvvisamente, si gira e fissa lo schermo sul quale è ancora presente l’immagine della stanza C212. “Dovrei ?”, pensa, “Potrei ?”

La morte di un bambino

Africa, uno villaggio qualunque.

Mtshali si affligge. E’ un medico di un piccolo villaggio africano. Questa mattina ha assistito alla morte di un bambino nelle braccia della madre. L’ospedale più vicino è a cinque giorni di cammino; il bambino non ce l’avrebbe mai fatta. Nonostante la notevole esperienza, Mtshali era impotente; non aveva mai visto i sintomi presentati dal bambino. Alla luce del tramonto Mtshali siede da solo osservando l’orizzonte. “Qualcuno deve saperlo!”, pensa, ” Se soltanto potessi raggiungerlo.” Mtshali si rende conto che molti altri bambini morirebbero se fosse costretto a trovare rimedio da solo.

Il lavoro

Rebecca non esita un attimo. Definisce un rigido formato a cui devono attenersi tutti i files, in modo da trarre vantaggio dalla loro omogeneità e da poter effettuare ricerche con un programma. Trova quindi un programmatore disposto ad aiutarla. Impiega diverse settimane per immettere tutti i dati e convertire ciò che già esiste sul computer nel nuovo formato. Trascorre molte sere lavorando fino a mezzanotte.

Tutti si chiedevano dove trovasse tante energie. Non ci sono grafici, fa notare qualcuno, sono soltanto informazioni; la gente vuole sfondi eclatanti e stupidi suoni. Ma Rebecca procede con il lavoro spesso affiancata dal programmatore. E un giorno, dopo aver terminato, Rebecca mette a disposizione del mondo intero il proprio database sulle malattie infantili africane.

Il salvataggio di un bambino

Mtshali cammina. Ha lasciato il villaggio alle quattro del mattino e si trova a sette ore di cammino dalla scuola più vicina. La sua mente ritorna alla bambina che presenta gli stessi sintomi che avevano causato la morte dell’altro bimbo pochi mesi prima. Si sente impotente senza sapere che cosa fare per salvare la piccola. Ma ha sentito parlare di nuovi strumenti introdotti nella scuola che dovrebbero fornire molte risposte. Mtshali non sa di che si tratta e nemmeno come funziona. ma è disperato e disposto a trovare qualsiasi cosa che lo possa aiutare. Quando Mtshali arriva alla scuola, parla con il direttore, gli spiega il problema e il fatto che ha sentito parlare di questo nuovo aggeggio in grado di fornire numerose risposte.

Il direttore lo vuole aiutare? Il direttore lo presenta a una ragazza dell’ultimo anno che potrebbe aiutarlo a recuperare le informazioni sulla malattia. La ragazza conduce Mtshali nell’area computer della scuola. Accanto al generatore di elettricità c’è un vecchio PC e un vecchio VT100. Entrambi venivano utilizzati all’inizio degli anni ’80 in un’università europea e furono donati poi al terzo mondo quando si era deciso di passare a sofisticate workstation grafiche. La ragazza accende il computer e il monitor lentamente prende vita. Mtshali trattiene il respiro quando appaiono delle lettere sullo schermo. La ragazza prende un un’unità radio accanto al computer e stabilisce una connessione a un server distante alcune centinaia di chilometri.

Tale server dispone di una connessione mediante modem a 2400 baud a una macchina situata nella capitale dalla quale si raggiunge Internet via satellite. Ma Mtshali non sa tutto questo. Tutto ciò che vede sono messaggi che appaiono sullo schermo, lettera dopo lettera. La voce della ragazza interrompe le sue elucubrazioni. “Avete un bambino malato e non sapete cosa fare, non è vero?”, Mtshali annuisce e inizia a parlare dei sintomi. La ragazza lo interrompe educatamente dicendo: “Possiamo fare una sola cosa alla volta”. La ragazza si collega al server remoto e attiva un semplice browser basato su testo. Mtshali si siede accanto alla ragazza affascinato da ciò che sta succedendo. La ragazza, che ha ovviamente una certa esperienza, si collega a uno degli strumenti di ricerca su Web e dopo alcuni tentativi, trova il database di Rebecca. “E’ probabile che troveremo qui le informazioni che ci servono”, sostiene la ragazza, lasciando che Mtshali legga lo schermo. Mtshali non può che annuire.

Trovano lo strumento di ricerca sviluppato da Rebecca e dal programmatore e con l’aiuto della ragazza, Mtshali immette i dati. Clic su pulsante e lentamente le pagine che descrivono diversi tipi di malattie e le relative cure appaiono sullo schermo. Mtshali legge e rilegge ancora, facendo annotazioni mentali e su carta, mentre la ragazza naviga. Il tramonto li costringe a interrompere. La mattina successiva, Mtshali ritorna al villaggio pieno di speranza.

Epilogo

Alcune settimane dopo, Rebecca riceve una lettera dall’Africa. Trova alcune difficoltà nel decifrare la scrittura manuale. Proviene da un vecchio medico che la ringrazia e spiega come il suo database ha salvato la vita a un bambino. Contiene anche una descrizione del modo in cui la malattia ha aggredito il bambino e ciò che ha fatto il medico oltre alle azioni descritte sulle sue pagine. La stessa notte, Rebecca aggiorna le pagine.

(C)1995 di Abigail Martian, ristampa permessa. E’ possibile trovare questa pagina sul sito web di Abigail all’indirizzo: http://www.iaf.nl/~abigail/abigail.html

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Dojo

Tu hai voluto.

« Tu hai voluto. Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell’acqua, essa si affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando ha una meta, un proposito. Siddharta non fa nulla.

Siddharta pensa, aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra attraverso l’acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla nell’anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta.

Questo è ciò che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni.

Ognuno di noi può compiere opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa aspettare, se sa digiunare. »

Siddharta“,
Herman Hesse – pag.97

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Dojo

Confucio’s theory.

Un allievo interrogò Confucio a proposito dell’arte di governare: «Cosa rende un uomo degno di far parte di coloro che ci governano?»

Confucio rispose: «Pratica i cinque gradi della perfezione dell’onore, e liberati delle quattro perversioni. Allora potrai far parte del governo.»

L’allievo chiese: «Cosa sono i cinque gradi della perfezione?»

Confucio rispose: «I buoni sono generosi senza mai cadere nella dissipazione, lavorano indefessamente senza mai lamentarsi, desiderano senza manifestare alcun tipo di avidità, e sono coperti d’onore senza aver bisogno di usare la forza.»

L’allievo chiese: «Cosa vuol dire essere generosi senza mai cadere nella dissipazione?»

Confucio rispose: «Far del bene al prossimo in base a ciò che il tuo prossimo ritiene sia un bene. Non è questa la generosità assoluta che non è mai sprecata?»

Confucio proseguì: «Se c’è chi lavora indefessamente, dopo aver scelto a cosa debba dedicare tutte le sue energie, chi dovrebbe lamentarsi? Se vuoi essere pietoso e pratichi effettivamente la pietà, allora perchè dovresti essere avido? Chi è colto non è mai avventato, sia nelle piccole cose che in quelle grandi, sia nelle scelte importanti che in quelle insignificanti, sia preso i giovani che presso i vecchi: questo non vuol dire vivere in pace senza essere arroganti? Chi è colto indossa i panni che gli sono propri ed ha un portamento solenne, perchè gli altri guardandolo ne abbiano timore: questo non significa venire onorati senza usare la forza?»

L’allievo chiese: «Cosa sono le quattro perversioni?»

Confucio rispose: «Punire senza aver prima messo in guardia: questa si chiama crudeltà. Valutare i risultati senza aver insegnato come perseguirli: questa si chiama brutalità. Reggere fiaccamente le sorti di un’impresa fino a sboccare in un vicolo cieco: questa si chiama cattiveria pura. Essere avari nel dare agli altri ciò che gli si deve: questa si chiama burocrazia». (20:4)

La saggezza di Confucio“,
Thomas Cleary – pag.54

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I have a dream.

« L’odio danneggia chi lo prova non meno di chi lo subisce; come un cancro senza freni, l’odio corrompe il carattere ed erode l’unità vitale della persona. Molti nostri conflitti interiori sono radicati nell’odio. Per questo gli psicologi dicono: “Amare o perire”. L’odio è un fardello troppo pesante da portare.

L’umanità aspetta qualcosa di diverso dalla cieca imitazione del passato. Se vogliamo davvero fare un passo in avanti, se vogliamo voltare pagina e davvero costruire un uomo nuovo, dobbiamo cominciare a distogliere l’umanità dalla notte lunga e desolata della violenza.

Longfellow dice: ” In questo mondo l’uomo dev’essere o incudine o martello”. Noi dobbiamo essere martelli che foggiano una nuova società, e non incudini foggiate da quella vecchia. »

I have a dream“,
Martin Luther King – pag.340
(Oscar Storia Mondadori)

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