Dojo

Giù nel cyberspazio.

«Ohi» disse il nero «ti avevo perso per qualche secondo. Non molto, però, un minuto di New York, forse…» La sua mano, nello specchio sovrastante, prese una bobina di plastica azzurra trasparente dal panno insanguinato vicino alla cassa toracica di Bobby. Delicatamente, con pollice e indice, svolse dalla bobina una specie di nastro di plastica marrone con delle perline.

Piccoli puntini di luce brillavano lungo i bordi. «Artigli» disse, e con l’altra mano fece scattare una specie di taglierina inserita nella bobina sigillata. Il pezzo di nastro perlato cominciò a contorcersi. «Roba buona» disse, portando la cosa nel campo visivo di Bobby. «Nuova. Quella che usano a Chiba adesso.» Era marrone, senza testa, ogni perlina un segmento di corpo, ogni segmento dotato di pallide gambe lucide. Poi, con una mossa da prestigiatore dei polsi guantati di verde, il nero distese il centipede lungo la ferita e prese delicatamente fra le dita il segmento più vicino alla faccia di Bobby.

Mentre il segmento si staccava, si tirò indietro un filo nero, lucido, che serviva alla cosa da sistema nervoso, e quando questo si spezzò, ciascuna serie di artigli si chiuse a turno, stringendo la ferita come la cerniera di una giacca di pelle. «Hai visto» disse il nero, pulendo lo sciroppo marrone con un panno umido «che non è stata poi così brutta?»

Giù nel cyberspazio
William Gibson
pag. 81

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