Pensieri

BP, Houston, Texas, petrolio… forse non tutti sanno che…

Il disastro ambientale che si è abbattuto – e che si sta abbattendo tuttora – in quello che era uno dei mari più ambiti nelle mete turistiche mondiali è sotto gli occhi di tutti, e ancor più il fatto che la falla non é stata fermata.

Ciò che però non si sa è che a questo genere di disastri (ufficialmente non cosí dannosi, in realtà non possiamo sapere, a questo punto) sono già accaduti e — tra le altre — la protagonista è stata anche la stessa BP.

Ma andiamo con ordine…

Houston e la Colonial Pipeline

Punto primo: il più grande stabilimento al mondo che produca gomma sintetica si trova oggi in Texas. Dal 1942, la Goodyear Rubber produce ancora oggi prodotti che vanno dai copertoni per le auto della Formula 1 alla gomma da masticare. Ma, per quanto grande possa essere lo stabilimento, si perde nel complesso industriale che lo circonda.

Punto secondo: questo megaplex industriale, che inizia alla periferia orientale di Houston e continua ininterrotto per ottanta chilometri fino al Golfo del Messico è la più grande concentrazione di raffinerie di petrolio, compagnie petrolchimiche e serbatoi di stoccaggio della Terra.

Punto terzo: la madre di tutte le condutture oleodotte – piene di benzina, gasolio per riscaldamento, diesel e combustibile avio appena raffinati –, la Colonial Pipeline lunga 8880 chilometri e larga un metro, fa viaggiare questi combustibili in varie gradazioni da Pasadena a Linden, New Jersey, alla velocità di sette chilometri all’ora. Un viaggio di una ventina di giorni, salvo guasti o uragani.

Le cupole saline di stoccaggio

Sotto la costa del Golfo del Messico ci sono circa cinquecento cupole saline formatesi con il risalire a galla attraverso gli strati sedimentari del sale depositato a ottomila metri di profondità. Molte di queste cupole si trovano proprio sotto Houston. Di forma bombata, possono essere larghe anche uno o due chilometri.

Facendo una trivellazione in una cupola di sale e poi pompando acqua dentro è possibile dissolvere parte dell’interno e usarla come locale di stoccaggio. Alcune caverne di stoccaggio nelle cupole di sale sotto la città sono larghe duecento metri e alte ottocento, un volume equivalente al doppio della Houston Autodrome.

Poiché le pareti di cristallo di sale sono considerate impermeabili, le cupole vengono usate per conservare i gas, soprattutto quelli più esplosivi, come l’etilene. Pompato dentro una formazione salina sotterranea, l’etilene è tenuto sotto pressione finché è pronto per essere trasformato in plastica.

Dal momento che è così volatile, il gas può decomporsi rapidamente, facendo scoppiare le tubature sotterranee.

L’isomerizzazione e altri recenti disastri

L’isomerizzazione è una procedura che usa un catalizzatore a base di platino e una temperatura superiore ai 650° per ridistribuire gli atomi nelle molecole di idrocarburo in modo da incrementare l’ottano nel combustibile oppure produrre sostanze usate nella plastica.

L’isomerizzazione può diventare estremamente volatile.

Le torri di cracking e gli impianti di isomerizzazione sono dotati di torce. Se un qualunque processo diventa sbilanciato, o se la temperatura schizza troppo in alto, entrano in gioco le torce per allentare la pressione. Una valvola di scarico manda qualunque cosa non possa essere ulteriormente contenuta su per la ciminiera della torcia, segnalando alla fiamma pilota di accendersi. A volte viene anche iniettato del vapore in modo che quel che c’è dentro non faccia fumo ma bruci in modo pulito.

E se non va per il verso giusto?

Quando qualcosa non va per il verso giusto, putroppo i risultati possono essere terrificanti.

Nel 1998 la Sterling Chemical emise una nuvola di acido cloridrico e di vari isomeri del benzene che mandò all’ospedale centinaia di persone. Quattro anni prima c’era stata un fuga di milleduecento chili di ammoniaca che aveva provocato novemila denunce per lesioni personali.

Nel marzo 2005 un geyser di idrocarburi liquidi erutto da una delle ciminiere di isomerizzazione della BP. A contatto con l’aria gli idrocarburi si incendiarono uccidendo quindici persone. Nel luglio di quell’anno, nello stesso impianto, esplose un gasdotto di idrogeno; in agosto una fuga di gas che puzzava di uova marce, segno della presenza di solfuro di idrogeno tossico, portò alla temporanea chiusura di gran parte della BP. Qualche giorno prima a Chocolate Bayou, venticinque chilometri più a sud, in una fabbrica di plastica sussidiaria della BP, un’esplosione aveva provocato fiamme alte quasi venti metri. Si era dovuto lasciar estinguere la fiammata da sola.

C’erano voluti tre giorni.

Perciò? Forse…

Che il mondo attuale e la nostra civiltà sia basata sull’energia — in qualsivoglia forma e utilizzo — lo sappiamo e allo stato attuale è uno dei perni centrali su cui si basa tutto. Perciò dell’energia abbiamo bisogno, oggi più che mai.

Tuttavia, forse, c’è davvero qualcosa che non va e che comincia ad essere sempre più preoccupante: la nostra sicurezza.

Forse, il mero soldo e l’attuale economia basata sul solo profitto non è più l’ingranaggio che deve muovere il mondo.

Forse sto dicendo una cosa scontata. Ma stando agli avvenimenti non mi sembra più proprio così scontata.

Forse questa famosa utopia del bene comune — ma solo perché c’è la volontà che rimanga tale — dovrebbe diventare più una realtà che un sogno.

Forse, come dice un vecchio proverbio indiano, “abbiamo la Terra non in eredità dai genitori ma in affitto dai figli“.

E forse dovremmo iniziarci a pensare seriamente tutti quanti.

La fonte di queste nozioni è il libro che dovremmo leggere tutti quanti, tra altri eccellenti pubblicati, intitolato “Il mondo senza di noi” di Alan Weisman. Da questo libro estrapolerò altri disastri che ogni anno vengono prodotti, con cifre e contesti disarmanti. A dir poco.

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